SUA ECCELLENZA

chiave

Nelle nottate che tira forte scirocco è impossibile a Sciacca trovare riparo dalle molestie e dalle insidie che la furia del vento inizia a possedere con prepotenza le vie di questa cittadina. Non trovi pace in nessun posto che sia fuori dalle abitazioni, nemmeno in uno dei tanti vicoli del centro, nelle strette stradine apparentemente riparate, nessuna tregua, la forte sciroccata sa dove trovarti. Arrivano raffiche che spingono ingannevoli alle spalle, mulinelli d’aria che sollevano terra, foglie, carta e steppe, sgradevole agli occhi degli umani che iniziano a lacrimare. Un vento così è capace di riesumare coriandoli di chissà quale carnevale, infilati nelle più strette fessure e crepe. Con tale vento, da qualsiasi punto della città, si sentono i ritmi provocati dalle drizze che picchiano impotenti contro gli alberi maestro delle barche a vela approdate al porto, un rumore paragonabile agli invitati di un matrimonio che battendo le posate in bottiglie e bicchieri di vetro esortano il bacio degli sposi. Il suono poi, il forte suono che si forma dalle raffiche che sviluppano una forte vibrazione proveniente dal mare e sale, sale fino al monte, per svegliare dispettosamente il figlio del Cielo e della Terra, Kronio. Udendosi per l’intero territorio, come una sensazione che sia un grande e incantevole flauto soffiato da Eolo, come solo lui sa fare, nascosto dietro l’orizzonte.

vecchio quartiere Cadda di Sciacca

Era una sera di metà febbraio, le strade deserte, Kronio dormiva un sonno profondo e quella volta Eolo aveva una brama esagerata di svegliarlo. Un uomo, poco agiato, vestito con indumenti di fortuna e pesanti per ripararsi dal freddo, entrava in città dalla porta alata, trasportando fasci di stoppie molto ingombranti, costringendolo a curvare spalle e collo per sostenere il peso. Con scarpe scomode e bucate, un cappello di lana e una lunga calza dove metteva l’elemosina ricevuta si avviava presso il forno della  “Babbaredda”. Dall’attuale via Giuseppe Licata imboccò quello che era una volta il quartiere la “Cadda”, camminando quasi aderente al muro della chiesa San Vito per cercare riparo dalle frequenti raffiche, quando in un attimo di tregua udì un tonfo, alzò gli occhi e vide rotolare verso di se un cilindro circolare geometricamente perfetto, comprendendo facilmente che era fatto in pietra e qualche secondo dopo si fermò con un rimbalzo davanti ai suoi piedi. Si chinò, con fatica, per raccoglierlo furtivamente ed iniziare ad esaminarlo minuzioso quando fù interrotto da una voce proveniente da un uomo in frac e diritto come una candela a pochi metri da lui che lo chiamò per nome <<Franciscu>> esclamò <<cosa hai trovato e cerchi di nascondere? ti ho visto>>. Franciscu, detto “aceddri aceddri” non aprì bocca e non badando alle parole di quell’uomo, che conosceva, si liberò del suo ammasso di stoppie sulle spalle, continuando a girarsi tra le mani quel cilindro perfettamente delineato che suscitava curiosità sulla provenienza e del possibile utilizzo. L’uomo davanti a se era ormai a pochi passi di distanza e mettendo un abbecedario, che portava sempre con se, sotto all’ascella, allungo le braccia per strappare il cilindro dalle mani di Franciscu.<<Calì>> esclamò Franciscu infastidito dai modi di quel signore <<alla faccia del Don>> continuò. Si trattava di Don Caliddu Tisu.

Franciscu aceddri aceddri

(Franciscu Aceddri-Aceddri)

Don Caliddru u Tisu

(Don Caliddru ù Tisu)

I due non si sono accorti che un uomo, sceso dai gradini d’ingresso della chiesa San Vito aveva notato tutta la scena e più, dirigendosi verso di loro. Dall’ultimo gradino sceso, dove aveva notato tutto quanto l’accaduto, ci vollero pochi passi a raggiungerli e con voce rilassata disse <<Mi stupisco, abbiamo uno che si fa chiamare Professore e uno che ha la fama di essere un grande osservatore>> l’uomo posò gli occhi al cilindro e un attimo dopo alzo il viso per guardare verso l’alto, accennò un sorriso e continuò <<Possibile che non vi siete accorti da dov’è caduto quell’affare che tenete tra le mani?>>.

Filippu testi bentivegna

(Filippo Bentivegna detto Filippu Testi)

I due hanno riconosciuto l’uomo, Franciscu non protestò ma Don Caliddu Tisu irritato rispose <<Filippo, tu che parli solo con l’ accetta e lo scalpello, che ne sai da dove arriva questo benedetto cilindro misterioso e perfetto?>>.
<<E chi deve dirtelo meglio di me? Anche se non per forza devi essere uno scultore di teste, guardate in alto sopra di voi, guardate la testa in pietra di quel cane non vedete nulla di strano?>> rispose.

teste dei cani chiesa di san vito

Sollevarono il viso verso l’alto, sapevano delle due teste di cani in pietra posti nel campanile della chiesa, ma spalancarono gli occhi quando videro che nel collo di una delle teste c’era una cavità, un buco che trapassava il collo del cane, non era altro che l’incavo perfetto dove alloggiava il cilindro che staccandosi e caduto sui loro piedi. Franciscu,seccato, raccolse e mise sulle spalle l’ingombrante fascio di stoppie, riprendendo solitario, la fase finale della sua giornata, mentre Don Caliddu passò nelle mani di Filippo quell’affare in pietra cilindrico.Così, mentre Franciscu si allontanava, Filippo con cura controllava ogni millimetro di quel cilindro, ma i suoi occhi furono meno superficiali dei loro, che si erano soffermati solo sulla superficie più lunga, notò che nelle basi minori del cilindro vi erano incisi, come medaglioni, due visi di profilo che, riconobbe in un colpo d’occhio. Don Caliddu pensando che si era fatta una certa ora e che la sua famiglia numerosa poteva iniziare a stare in pensiero per lui, lasciò l’arnese nelle mani di Filippo esclamando << andate al diavolo Tu e le tue teste, Pazzo! >>. Filippo, rimasto solo, ispezionò le due facce incise e contrapposte una dall’altra nelle basi circolari minori.I profili rappresentavano un signore con una barba folta con in testa un berretto che sembrava più ad un elmetto, l’altra, una donna con un colletto che solo i nobili di un tempo potevano possedere.Amante di sculture di teste ci mise un attimo a ravvisare che erano gli stessi visi di profilo che compaiono scolpite, una di fronte all’altra, sopra l’arco d’ingresso della chiesa S. Maria dell’Itria posta nel quartiere antico della città.Senza considerare l’ora fatta e disprezzando il vento insistente pensò bene di verificare la sua memoria e percorrere quella salita che lo divideva dalla chiesa, conservando il cilindro dentro una borsa di corda che portava con se in una spalla.Franciscu e Don Caliddu ormai erano rientrati nelle loro dimore.

ingresso chiesa santa maria dell'itria

Il fiatone era ritmato al passo lento e stanco che la salita gli imponeva, ma Filippo arrivò in meno di un quarto d’ora.Si trovò lì davanti all’ingresso della chiesa, accennò un leggero sorriso, capì subito che le teste scolpite sopra l’arco erano identiche alle due del cilindro.
Ma cosa significava tutto questo? Filippo se le chiesto ma, il buio era arrivato già da un pezzo e lui era abbastanza stanco della giornata e di quella salita fatta a passo veloce che preferì non rientrare nel suo podere.Troppa strada pensò, il vento era ancora forte e sarebbe stato difficile trovare riparo.Si rannicchiò in un angolo davanti al portone d’ingresso della chiesa a rimuginare nella testa il motivo di questa coincidenza, mentre la notte arrivava, passava e finiva come finì il vento.A un quarto alle sette del mattino con rumori di ferro e legno si aprirono le porte dell’ingresso.Filippo si svegliò di sobbalzo, alla fine aveva dormito solo qualche ora li fuori, scambiò uno sguardo stranito
con la monaca che aveva aperto, si alzò con accenni di scuse.Portò la mano dentro la borsa ed estrasse il cilindro, lo guardò ancora con forte curiosità, ma con le prime luci dell’alba vide un particolare che non aveva visto la sera prima, si accorse che nelle circonferenze dove erano incisi i profili vi erano, anche, incise le tacche di un orologio e le lancette che erano semicoperte dai visi, segnavano in una le ore 7 e nell’opposta le 6.48.Con questo considerò che come i visi incisi nel cilindro anche le ore erano legata in qualche modo all’orologio meccanico posto nel campanile della chiesa.Con la chiesa
ancora vuota di fedeli, varcò l’ingresso, e veloce come un felino prese le scale che portavano ai piani superiori del campanile, lì trovò il telaio in ferro che ingabbiava tutti gli organi, ruote e ingranaggi dell’orologio, tutto quanto sopra ad una cassa resistente in ferro massiccio con una serratura al centro, immaginò che contenesse pesi e contrappesi utili al funzionamento dell’orologio.Diede un occhiata fuori, la vista da lassù era singolare essendo uno dei posti più alti del paese, rimase incantato dai colori delle prime luci dell’alba ma fu distratto dal suono della campana puntuale alle 7.
Le 7 l’ora esatta che anche in una delle due facce del cilindro segnava. Guardando tutta quella ferraglia nel telaio dell’orologio i suoi occhi videro qualcosa che lo sorprese, un’altra cavità perfetta dove si collegavano un sistema di ingranaggi poteva alloggiare in modo aderente e preciso il cilindro.Lo prese dalla borsa, lo visionò ancora un attimo e lo infilò dentro, dove si adattò in maniera perfetta, rimase fuori solo la circonferenza con inciso il profilo dell’uomo barbuto con l’elmo che segnava le ore 6.48.Intuì subito che doveva portare le lancette indietro di 12 minuti, così afferrò con le mani la leva per portare indietro la lancetta segna minuti muovendo una serie di ingranaggi che avevano come fulcro la posizione del cilindro.Filippo non crebbe ai suoi occhi, il movimento creato per portare la lancetta dei minuti indietro, provocarono un moto di rotazione antiorario, esattamente come una vite.Il cilindro fuoriuscì, si aprì in due parti uguali e cacciò fuori una grossa chiave in ferro.Con un occhio alla chiave e l’altro alla serratura sotto il telaio dell’orologio, Filippo iniziò ad agitarsi. Prese la chiave, la infilò nella serratura, dal rumore e dall’attrito tra la chiave e la serratura ebbe la sensazione come se la cassa non veniva aperta chissà da quanti anni, forse mai.
Una volta aperta rimase accecato da un luccicante bagliore e il colore di un giallo oro luccicante.All’interno vi era una corona in oro da principi.Iniziò a tremare e perse le forze, con molta lentezza infilò le mani, la sfiorò, al suo contatto riprese le forze e come un trofeo la sollevò in alto per poi mettersela sulla testa, notò che l’aderenza con il suo capo era perfetta, come se fosse fatta per lui. Un sorriso, un sospiro di sollievo, di corsa salì l’ultima rampa di scale per raggiungere il piano superiore, trovò la terrazza dove poteva ammirare meglio un alba spettacolare che salutava l’intero paese.Sollevò le braccia e alzò la voce <<Chiamatemi pure pazzo, tutti, ma solo io ho la chiave dell’incanto, come incantevole è l’alba di questo paese eterno.Io con questa corona sono il vostro Re e mi chiamerete Sua Eccellenza>>.

chiesa santa maria dell'itria

Questo racconto è stato scritto da me circa 10 anni fa e tutta la narrazione è frutto della mia fantasia che attualmente non avrei.I personaggi sono davvero esistiti e sono conosciuti per la loro personalità, ma la trama è un intreccio di una mia idea cresciuta facendo la solita passeggiata e godere dei dettagli artistici del mio paese.Mi scuso qualora si presentino errori ortografici e di sintassi.

Potete scrivermi una mail qui.